Perché è finita una certa sinistra

brancaQuesta campagna elettorale ha tradito la vittoria schiacciante del No sulle anticostituzionali 'riforme' renziane. Il 'dopo-Referendum' dei Comitati del 'No' s'è fermato, e senza risultati, alla denuncia della legge elettorale. Invece quella vittoria rappresentava un No a tutte le politiche degli ultimi 30 anni. Nulla da salvare: politiche sociali, del lavoro e sull'istruzione, sui diritti, politica internazionale e sui migranti. Spiccano i vulnus alla democrazia sindacale. Le norme sulla 'rappresentanza' hanno consegnato ai Confederali firmatari di contratto l'esclusiva titolarità negoziale e qualsiasi diritto.Dal 1997, nel Pubblico Impiego, la rappresentatività nazionale si calcola tramite le elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie per le quali si stanno presentando le liste proprio in questi giorni (sino al 13 Marzo) per votare il 17-18-19 Aprile.

 

I sindacati considerati 'non maggiormente rappresentativi' (un ossimoro) non hanno neanche il diritto d'assemblea dove dovrebbero presentare queste liste: così non possono trovare né candidati, né sottoscrittori. Ove riescono ugualmente a presentare una lista, non possono neppure illustrare il loro programma. Il superamento della quota di sbarramento, fissata al 5%, deve risultare dalla "media" tra gli iscritti al singolo sindacato sul totale dei sindacalizzati e i voti raccolti in tutto il Paese (ma senza lista nazionale).
Per entrare in Parlamento basta un 3%, calcolato solo sui voti, e nessuno impedisce ai partiti che non raggiungono tale quota di entrare comunque in un consiglio regionale o comunale. Viceversa, in campo sindacale se non prendi 'tutto' non hai diritto a nulla, neppure se sei il più forte a livello locale. I nuovi sindacati, da 20 anni, sono costretti a puntare al 9%. Non basta neppure l'8%, che in politica è invece un 'successone'. Invece, per un mero calcolo matematico, i sindacati 'rappresentativi' (tutti con almeno il 10% dei sindacalizzati) resterebbero tali anche a voti zero. Infine le coalizioni tra sindacati sono proibite dalla legge Bassanini del 1997, quella dell'antidemocrazia sindacale, prima fra le deviazioni anticostituzionali di questa Repubblica consociativa, governata per anni anche dal 'centro-sinistra'.
Le regole truccate per le elezioni RSU non hanno destato sdegno né interesse presso il Comitato Nazionale del 'No': le hanno semplicemente ignorate.
Nel settore privato è stata imposta per anni la vergognosa quota di riserva del 33% garantita a priori ai Confederali nelle elezioni Rsu. Oggi, per poter presentare liste viene imposta la firma della famigerata "esigibilità contrattuale" (accordo del 31.5.2013, sancito di nuovo nel Gennaio 2014). S'impone la sottoscrizione di contratti ed accordi-truffa e persino la rinuncia a scioperare. Unico caso nazionale sfuggito a questa regola è quello di Livorno e Piombino grazie a una sentenza ottenuta dall'Unicobas.
Chissà cosa ne pensano gli operai della Fiat o quelli dell'Ilva, delle loro "magnifiche sorti e progressive" seguite alla sterilizzazione dei salari, alla monetizzazione della salute, avallate dall'olimpica indifferenza dei 'parolai rossi' e del loro sindacato di riferimento.
La "rinata" sinistra del Brancaccio (prima di ridividersi di nuovo) non ha mai sentito la necessità di invitare nemmeno un rappresentante del sindacalismo di base. Ha invece steso tappeti rossi ai politici di lungo corso, da D'Alema a Gotor (un altro che ha votato la 'Pessima Scuola' di Renzi) ed ai loro partiti(ni). Nessuna pronuncia sul diritto di sciopero (emendamento Sacconi alla legge di stabilità con ulteriori restrizioni, né sulla vergogna delle manganellate davanti al Ministero dell'Istruzione, propinate agli insegnanti Cobas e Unicobas il 10 novembre. Tantomeno sulle denunce per resistenza e manifestazione non autorizzata (cose non vere) inviate ad 8 manifestanti, in primis a Piero Bernocchi ed a chi scrive.
Tutto ciò, evidentemente, non ha rilievo costituzionale per l' 'Armata del Branca' ed i suoi 'costituzionalisti militanti'. Attenzione solo per soglie di sbarramento e scranni parlamentari.
Questa robaccia sull'antidemocrazia sindacale l'hanno votata in molti nel Novembre 1997 fra gli attuali epigoni del 'Brancaccio'. Ben oltre il Pd-Pds di D'Alema, Bersani (o Speranza), ben oltre l'attuale Mdp (e residua 'sinistra' Pd): anche Sel (quindi Sinistra Italiana), L'Altra Europa per Tsipras e, naturalmente, Rifondazione Comunista che, all'epoca, di questi 'nuovi' soggetti ne conteneva una cifra.
Come scrivemmo immediatamente dopo il 4 Dicembre 2016 in una lettera aperta con Ferdinando Imposimato e Nicola Tranfaglia, contro queste politiche la Carta costituzionale, da sola, non basta. Occorre un programma, una diversa "costituzione materiale" espressa da una nuova significativa stagione di lotte collegata all'insofferenza che ha dato vita al 'No' sociale. Da qui la necessità di quegli strumenti negati dalle norme attuali al sindacalismo di base, alle aggregazioni 'irregolari', a quanti agiscono fuori dal 'Palazzo'.
Nulla si può fare o scrivere che la Cgil non voglia. Silenzio sul finto referendum sul Jobs Act – solo minacciato, per ricomporre equilibri interni di potere fra la Camusso ed il governo Gentiloni –, quesito talmente ambiguo da non poter essere accettato dalla Cassazione. Imbelle acquiescenza nel 2016 sul rifiuto Cgil di una campagna comune sui Referendum Sociali. Silenzio sul totale boicottaggio della campagna referendaria per l'abrogazione della 'Buona Scuola' di Renzi operato dalla Confederazione 'rossa', che con più di 5 milioni di iscritti non ha raccolto neppure una firma fuori dal settore scuola. Inerzia di fronte all'ambiguità della Flc-Cgil (Scuola), impegnatasi in parte nella raccolta delle firme e poi 'disorganizzata' a tal punto da raccontare all'intero Comitato Referendario che quelle stesse firme fossero 515.000 anziché le reali 467.000 (numero fornito dalla Cassazione), così che venissero consegnate senza speranza. Per non parlare della latitanza delle organizzazioni studentesche legate allo stesso carro (nonostante la finta opposizione all'alternanza scuola-lavoro), pari solo al disimpegno dei 5 Stelle.
Tale compromesso al ribasso coinvolge con evidenza anche la 'nuova' legge d'iniziativa popolare per la scuola, la cosiddetta 'Lip'. Ancora nulla che infastidisca la Cgil: sì alla figura del Dirigente Scolastico (che doveva essere preside elettivo); no all'uscita della Scuola dal campo di vigenza del DL.vo 29/1993, responsabile, dal tempo del Governo Amato, di aver introdotto per i presidi la definizione di 'datore di lavoro', senza la quale né il bonus 'premiale', né la chiamata diretta della legge Renzi sarebbero mai stati possibili.
La 'nuova' Lip non prevede l'istituzione di un Consiglio Superiore della Docenza (garante, così come per la Magistratura, dell'autonomia della Scuola pubblica), senza il quale la privatizzazione e la subordinazione della Scuola alla casta politica ed agli interessi privati è sicura. La 'nuova' LIP non prevede uno stato giuridico adeguato ed un contratto specifico per la Scuola fuori dai diktat del DL.vo 29/1993 che ha impiegatizzato i docenti, che impone 'aumenti' mai superiori all'inflazione programmata dalla parte datoriale. Dal 1995 abbiamo contratti sempre sotto l'inflazione dichiarata (dato Istat) e reale (incremento vero del costo della vita): con l'ultimo, la scuola peggio retribuita della UE, dopo 12 anni di blocco, 'recupera' solo 450 euro netti medi a fronte di una perdita che persino la Cgil (che l'ha sottoscritto) ha stimato in 15.000 euro secchi.
L'opposizione sociale emersa (anche) con il 'No' referendario non è certo stata costruita dai sindacati concertativi, che hanno firmato la 'pre-intesa' sui contratti pubblici a mo' di endorcement al governo Renzi proprio qualche giorno prima del referendum costituzionale. Dal 1978 ('svolta dell'Eur' in Cgil) i lavoratori hanno subito la 'riforma' Dini, il 'pacchetto Treu', la legge 'Fornero', hanno subito l'eliminazione del diritto di scelta sulle assemblee alle quali partecipare, hanno visto gestire a mo' di business i loro fondi pensione, sono stati rappresentati da sindacati che hanno riservato alle loro nomenclature pensioni privilegiate ed il passaggio in politica o ad alte cariche dell'amministrazione.
Noi, in quanto sindacato, non abbiamo nessun interesse elettorale diretto e giudichiamo le forze politiche dal programma (e soprattutto da quanto faranno o non faranno). Non ci siamo fatti 'arruolare': certamente da nessuno fra quelli che hanno già governato (con i ben noti risultati). Ma neanche dal Movimento 5 Stelle, il cui programma è carente, in particolare nel merito della Rappresentanza Sindacale ove è fermo a generiche ed indistinte 'J'accuse' contro 'i sindacati' in senso lato, nonché sulla Scuola, visto che non vi si prevede l'abolizione secca della L. 107/15, né la volontà di intervenire contro la privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti imposta con il DL.vo 29/93 e si propone quale 'ministro in pectore' un dirigente scolastico, transfugo della retriva Associazione Nazionale Presidi, fautore dei quiz Invalsi e del liceo breve, già collaboratore del ministro Giannini.
Il primo cambiamento va portato nel posto di lavoro. Qual è l'alternativa? Aspettare fideisticamente le elezioni ed eleggere chi magari cambierà partito, ma non cambiare nulla, per esempio a scuola, dove gli insegnanti passano la vita fino a quasi 70 anni, ma dove si eleggono colleghi che lavorano come tutti, ed alla fine andare a votare per i soliti sindacati di partito solo perché non è stata presentata una lista di base? L'imbroglio è servito: se non si candidano e presentano la nostra lista nelle scuole non ci possono votare, noi non possiamo andare a dirglielo, non c'è lista nazionale, eppure queste elezioni RSU decidono la rappresentanza nazionale per i prossimi 3 anni. Nessuna rilevanza costituzionale?
Stefano d'Errico (Segretario Generale della CIB Unicobas)

INTANTO ...Ciao ciao Nazareni e sub-nazareni (ché d'altro tipo ce ne sono ancora tanti altri da salutare...). NB: qui naturalmente mancano quelli che si sono già salutati da soli

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