Scuola. Cosa succederà infine con il Governo giallo-rosso?

fioramonti yt 2019 Il ministero passa ai grillini con Lorenzo Fioramonti. Docente universitario presso l’Università di Pretoria, distaccato in politica da una legislatura con i 5 Stelle, già collaboratore di Di Pietro. Nonostante sia stato sottosegretario pentalegato con Bussetti, sinora s’è occupato di ecologia e sviluppo sostenibile ma non ha mai espresso posizioni di rilievo sulla scuola. Sarà ora capace di riconoscere e rimuovere le vergogne del tutto italiote delle quali soffre l’istruzione italiana? 
Fu Giancarlo Lombardi, industriale tessile, Ministro nel 1995, ad imporre una “carta dei servizi” che trasformava gli studenti in “clienti” e dava credito alle lettere anonime per “valutare” gli insegnanti. Poi tutto è diventato “normale”. 

“Normale”, con Luigi Berlinguer, che gli studenti pareggiassero i conti con matematica o con le lettere grazie a “crediti” in educazione motoria. Normale che i genitori aggrediscano fisicamente gli insegnanti e non vengano quasi mai denunciati. Normale che il Ministero dell’Istruzione neghi di rendere pubblici i dati sulle malattie professionali dei docenti indotte dal burn out, per prevenire le quali la norma prevede interventi annuali che nessuna scuola mette in atto.
Normale valutare gli studenti con dei quiz che trasformano la battaglia di Azio nella “battaglia di Anzio”. Normale che un ministro dell’istruzione s’inventi un (inesistente) “tunnel dei neutrini” dall’Aquila alla Svizzera. Normale un (altro) ministro dell’istruzione con un titolo triennale e un presidente della Commissione Cultura del Senato con la terza media.
Normale far valutare gli insegnanti dai presidi, non formati per questo e che non vengono mai valutati. Normale che il Ministero abbia solo 100 ispettori (in Francia 7.000), e non controlli più dell’1% delle scuole private l’anno, mentre si vendono allegramente titoli di studio riconosciuti dallo stato fingendo persino la frequenza. Normale che istituti privati riconosciuti assumano gli insegnanti precari solo se lavorano senza stipendio e contributi, “pagati” poi con punteggi che li fanno primeggiare nelle graduatorie pubbliche. 
Normale che una riforma chiamata “Buona Scuola” permetta che abilitati per latino e greco vengano demansionati a fare supplenze in scuole primarie e dell’infanzia, o che in istituti che aspettano docenti di matematica vengano mandati insegnanti di educazione motoria. Normale che il corpo docente più povero del continente sia inglobato nel pubblico impiego ove gli “aumenti” contrattuali non possono superare l’inflazione programmata dalla parte datoriale. Normale inventare il “bisogno primario” della pagella e vietare gli scioperi nella scuola più che nelle unità coronariche degli ospedali. Normale che il codice deontologico degli insegnanti pubblici italiani sia stato scritto da un cardinale. Normale imporre ai pensionati l’iscrizione ai sindacati di partito. Normale vietare ad alcune organizzazioni sindacali (ma ad altre no) il diritto di assemblea durante una campagna elettorale che decide della rappresentatività (e quindi di tutti i diritti). Normale che si vogliano regionalizzare Scuola ed Università in un Paese a tre velocità, con l’obiettivo di mantenere a Nord il residuo fiscale delle regioni ricche.
Normale che per la Scuola investano meno di noi solo Slovacchia, Romania e Bulgaria. Normale che da almeno tre decenni l’80% delle scuole sia fuori-norma sulla sicurezza. Normale avere l’obbligo scolastico più basso d’Europa e puntare sul liceo a 4 anni. Normale che esista un liceo scientifico senza il latino. Normale che i docenti impegnati sul sostegno per l’integrazione dei diversamente abili siano per più di un terzo non specializzati. Normale che il diritto allo studio diventi apprendistato. Normale retribuire gli insegnanti al livello più basso nella Ue, meno di Grecia e Portogallo e la metà dei coreani.
Tutto ciò, e tanto altro, accade in Italia, o è accaduto negli ultimi 30 anni grazie al mondo politico, nell’assordante silenzio della “Élite” accademica ed intellettuale.
Saprà finalmente il nuovo ministro abrogare il Dl.vo 29/93 che dai tempi del governo Amato ci consegna stipendi indegni, nonché la “Buona sQuola” di Renzi (come i 5 Stelle avevano promesso nel 2015, lasciandola invece praticamente intonsa sino al 2019), proprio quando Renzi è tornato prepotentemente sulla scena? Sappiamo che, per quanto attiene alla regionalizzazione, Di Maio l’ha reinserita, con ben pochi indefiniti “distinguo”, persino nei primi dieci punti per il programma del nuovo esecutivo. La vuole approvare persino senza Salvini e, grazie all’adusa, connaturata ambiguità neoliberista del Pd, ora in “salsa emiliana”?


Stefano d'Errico (Segretario nazionale dell'Unicobas Scuola & Università)

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