Caro collega ti scrivo Lettera (aperta) d'amore-odio a chi non lotta per difendersi.

UN MESSAGGIO “FRANCO E COSTRUTTIVO” AL DOCENTE TIPICO 

LETTERA (APERTA) D’AMORE-ODIO A CHI NON LOTTA PER DIFENDERSI 

di Alvaro Belardinelli (dell’Esecutivo Nazionale dell’Unicobas Scuola)

  

19Caro collega tipico, caro tipico insegnante italiano disimpegnato, scontento e qualunquista, ti scrivo un po’ per celia, un po’ per non morire di rabbia, dopo ventitré anni di lavoro insieme a te.

 

Lo sai, la nostra è una delle professioni più difficili che esistono. Richiede decenni interi di studio, un aggiornamento costante, un impegno intellettuale e psichico che logorerebbe chiunque. Nessuno dei saccenti sedicenti “giornalisti” o “esperti”, che pontificano su noi Docenti, sarebbe in grado di entrare in una classe e di gestirla, aiutando 30 alunni ad imparare, ad amare la conoscenza, ad usare analiticamente e criticamente la propria intelligenza, a sviluppare le proprie potenzialità. Nessuno dei politicanti, che a turno  sputano sentenze e veleno sulla nostra professionalità, sa quel che dice quando tuona contro i prof fannulloni o incompetenti: sono, del resto, politicanti rozzi e ignoranti, oche e galline che cianciano cattiverie sui cigni.

Eppure tu, caro tipico collega italiota, abbozzi. E il bello è che credi di farlo per serietà e professionalità; nascondendo a te stesso i veri motivi che ti spingono a non alzarti in piedi per reagire: paura, indolenza, conformismo, sudditanza intellettuale.

Mercoledì 14 novembre 2012 abbiamo scioperato in molti, come non accadeva dal 2008. Per una qualsiasi altra categoria professionale quest’affermazione significherebbe che ha scioperato l’80% dei colleghi. Per noi Docenti, invece, le proporzioni sono invertite: hanno scioperato, in tutta Italia, solo 20 Docenti su 100. Gli altri 80 hanno continuato ad andare in classe. Nonostante tutto. Nonostante 25 anni di calunnie sul nostro lavoro; nonostante la nostra riduzione a travet del Pubblico Impiego; nonostante gli stipendi più bassi del mondo occidentale; nonostante siamo i laureati meno pagati d’Italia; nonostante il blocco del contratto per 9 anni, gli scatti congelati per sempre, l’arroganza di molti Dirigenti Scolastici, le cattedre disintegrate, la “riforma” Gelmini che ha distrutto Primarie e Superiori, il Fondo d’Istituto sempre più ridicolo, le prove Invalsi calate dall’alto, le 24 ore imposte dal Ministro, la minaccia rappresentata dal Ddl Aprea-Ghizzoni.

Il 20% di adesioni ad uno sciopero è un grande successo, per una categoria di professionisti che abitualmente non scioperano affatto, nemmeno se letteralmente li calpestano. Eppure si lamentano. Amano lamentarsi, incolpando tutti (tranne se stessi): accusano in primis i sindacati, “tutti uguali”, che “non servono a niente”, che “mangiano alle nostre spalle”. Eppure tu, caro collega tipico, sai leggere, avendo conseguito lauree e superato corsi e concorsi, quasi sempre con il massimo dei voti. Tu sei in grado di capire un contratto, di comprendere un giornale, di riflettere sulla situazione politica e sui reali interessi in campo. Tu, caro collega italiota, non sei certo ignorante al punto da non capire la differenza tra un sindacato giallo, creato e controllato dalla controparte, ed un sindacato vero come Unicobas Scuola, orgogliosamente e dignitosamente povero e combattivo, che lotta per i tuoi diritti perché è composto da tuoi Colleghi non lenti a capire come te! È vero, caro collega tipico: forse non sei un’aquila, malgrado la tua indiscutibile preparazione culturale. Tuttavia anche i ferrovieri, sicuramente meno colti di te, sono capaci di distinguere tra un sindacato sottomesso al datore di lavoro e uno che li difende! Forse, per saper scegliere, vorresti che le cose fossero più chiare di come sono attualmente? Vorresti che i sindacati “maggiormente rappresentativi” si confessassero “venduti” o “finti”? O che ammettessero esplicitamente di firmare contratti-bidone per continuare a godersi i privilegi di cui godono attualmente? O che non ti invitassero (come abitualmente fanno) ad accettare la fregatura per “senso di responsabilità”? Collega, ma possibile che tu non ricordi la Storia, nemmeno se è proprio quella la materia che insegni ai ragazzi? Possibile che dalla Storia tu non sappia trarre una lezione utile per sapere cosa fare, come comportarti, quali responsabilità assumerti?

Si è parlato molto del tentativo di farti stare in classe 24 ore settimanali. E finalmente ti sei scosso dal tuo torpore. Hai discusso, hai stilato documenti (o meglio, hai firmato documenti scritti da altri tuoi colleghi già svegli), hai bloccato le attività aggiuntive. Qualche volta hai persino manifestato (ringraziando Dio che ci fossero tanti studenti in piazza, altrimenti nessuno si sarebbe accorto dei pochi Docenti usciti dal guscio per gridare la propria rabbia, anche perché su 10 insegnanti che scioperano a malapena solo 1 manifesta). Scioperare no; quello non si fa. È roba da operai. Anche perché costa, ben 70 monetine da € 1,00. Una volta una collega come te è stata capace di dirmi che i soldi dello sciopero le servono per andare dal parrucchiere: “Lasciami almeno questa soddisfazione, visto che guadagniamo così poco!”. Non capiva, la poverina, che a furia di non scioperare perderà pure la possibilità di acquistarsi le limette per le sue preziose unghie. A lei non è mai venuto in mente che la pagassero poco in quanto signora. Non ha mai messo in relazione la scarsa paghetta dei Docenti italiani con il loro essere in prevalenza donne, né con il maschilismo tipico della classe dirigente italiana.

Sì, caro collega, perché i politicanti di cui sopra, benché grezzi, illetterati e iniqui, sono più furbi di te e di tutti quelli come te. Osservano con attenzione le tue reazioni e ne traggono insegnamenti per la propria condotta futura. Come puoi lamentarti che vogliano appiopparti 24 ore in classe, quando da anni tu stesso accetti cattedre di 20 ore o più per soffiare un po’ di guadagni ai tuoi colleghi precari, lasciandoli disoccupati? Quando accetti 11 euro lordi l’ora per fare ‘supplenze’ da tappabuchi?

 

Non basta. Improvvisamente ti sei accorto che, con la scusa dell’autonomia, anche il Grande Partito di “Sinistra” sta per farti passare sotto il naso un disegno di legge dell’estrema destra neoliberista (il Ddl Aprea-Ghizzoni) che privatizzerà la Scuola Statale, distruggendone l’unitarietà, facendo entrare i privati nella gestione delle istituzioni scolastiche, aumentando il potere dei Dirigenti, annullando la tua libertà di insegnamento, rendendoti subalterno a studenti, genitori, Invalsi, governi, regioni, province, cricche, lobby, caste e localismi vari. Ti sei risvegliato come da un sogno, dopo esserti adeguato per due decenni alle parole d’ordine neoliberiste di chi la Scuola Statale proprio non poteva digerirla.

Negli ultimi 15 anni, difatti, hai accettato che la Scuola diventasse azienda, che competesse sulmercato con altre scuole-azienda, che i cittadini diventassero utenti (in attesa di tramutarsi definitivamente in clienti), che gli studenti venissero valutati sulla base di crediti e debiti. Senza batter ciglio hai acconsentito che i tuoi scatti biennali diventassero sessennali; che il tuo stipendio si dimezzasse in 20 anni; che, invece di dare a tutti un salario equo, si regalassero le briciole ai “bravi” intenti a lambiccarsi il cervello per realizzare progetti, come cani in corsa per l’osso gettato dal padrone. Non hai trovato nulla da obiettare a chi gerarchizzava la categoria inventando funzioni obiettivo e dipartimenti, rendendo il Preside un manager definito Dirigente Scolastico e perpetuando l’antica pratica del divide et impera.

Non hai trovato nulla da eccepire nemmeno di fronte agli open day, in cui i colleghi “bravi” presentavano all’utenza la tua scuola, quasi fosse una concessionaria per la vendita di automobili.

Non hai mosso un dito per i tuoi colleghi precari, colpevoli di esser nati 40 o 30 anni fa, e di esser solo un numero nell’agenda del Ministro dell’Economia, ancorché spesso più preparati di te.

Hai assistito indifferente alla cancellazione dei diritti dei sindacati di base, cui venivano proibite persino le assemblee in orario di servizio. Del resto, cosa te ne poteva importare, caro collega tipico, convinto com’eri che le assemblee fossero una perdita di tempo e una seccatura, e che ti convenisse dar loro la tua adesione solo per potertene andare a casa prima?

Sei come il figlio scialacquone di un signore molto ricco. Hai dilapidato un’eredità immensa, un patrimonio inestimabile di libertà e dignità, donatoci dai Padri costituenti e da chi ha dato il proprio sangue per resistere al nazifascismo. Non ti sei curato di difendere i tuoi diritti di Docente, quasi temendo accuse di corporativismo; dimenticando però che sui tuoi diritti, sulla tua dignità, sulla tua libertà di pensiero e d’insegnamento (pluralisticamente intesa e democraticamente vitale) era fondata la Scuola Statale istituita dalla Costituzione. Chi ti ha trasformato in impiegatuccio frustrato è riuscito a farti dimenticare l’amore per la cultura, per la libertà che ne deriva, per la difesa della democrazia.

Hai dimenticato la tua funzione. Parafrasando l’articolo 3 della Costituzione, possiamo dire che essa consiste nel rimuovere gli ostacoli di ordine culturale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Perché, collega, hai sopportato che una funzione così nobile fosse messa sotto i piedi da una casta di ignoranti onnipotenti, prestati alla politica grazie all’imbarbarimento di un Paese rincitrullito mediante dosi massicce di Banale 5?

 

Malgrado tutto ciò, caro collega, non tutto è perduto. Puoi ancora ritrovarti. Puoi ancora riscattare il tuo onore, recuperando quel po’ di quella dignità che avevi all’inizio, e che troppo presto hai messo in soffitta perché fuori moda, o perché la televisione tanto non te la riconosceva, o perché tu non la trovavi negli altri.

Se lo farai, saremo salvi. Altrimenti, anche il peggio è tragicamente possibile.

di Alvaro Belardinelli

Roma, 18 novembre 2012

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