NO ALLA REGIONALIZZAZIONE DELLA SCUOLA (RUOLI REGIONALI, DIFFERENZE RETRIBUTIVE, D'INDIRIZZO E QUALITÀ)

logobandunicChi la vuole? INTANTO LA REGIONE VENETO (LEGA)
Quale norma la rende possibile? UNA LEGGE DEL CENTRO-SINISTRA, ECCOLA:
"Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119" Fra le materie elencate nel terzo comma, dedicato alla legislazione concorrente fra Stato e Regioni, compare esattamente "l'istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale"
LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE VOTATA DAL CENTRO-SINISTRA (GOVERNO AMATO 2001), CON SOLI 6 SEGGI DI MAGGIORANZA E POI SOTTOPOSTA A REFERENDUM E APPROVATA


La legge in questione, che andava a modificare le competenze legislative dello Stato e delle Regioni italiane, fu pubblicata per la prima volta sulla Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001. Essendo però, stata approvata da entrambi i rami del parlamento a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri (in Senato nel marzo 2001 e in parlamento nel febbraio 2001), la legge fu successivamente sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre 2001, venendo approvata con il 64,20% dei voti validi.
La legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 "Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione" veniva quindi promulgata dal presidente della Repubblica e successivamente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 248 del 24 ottobre 2001, per entrare in vigore nel novembre del 2001.
Era l'epoca del governo Amato e ai tempi la riforma suscitava le critiche del centrodestra, poiché si riteneva che l'introduzione di materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni avrebbe di fatto creato confusione circa il loro ambito d'azione. La contrarietà politica del centrodestra, però, non si trasformò effettivamente in un voto contrario in senso stretto, poiché Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc e Lega Nord non sembra abbiano partecipato al voto in occasione dei vari passaggi parlamentari della legge, come consultabile dal sito della Camera dei Deputati.
Il successivo governo Berlusconi avrebbe provato, a sua volta, a mettere ordine nel titolo V della Costituzione, inserendo la riforma all'interno della cosiddetta devolution, cioè di una più ampia revisione in senso federalista della seconda parte della Costituzione. Fortemente voluta dalla Lega di Umberto Bossi, la devolution avrebbe cercato di fare chiarezza tra le materie di competenza regionale e quelle di competenza statale, ma venne bocciata in occasione del referendum costituzionale del giugno 2006.
PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO QUANTO SCRIVEMMO NEL 2011, QUANDO SI PROSPETTAVA GIÀ QUALCOSA DI SIMILE ed all'epoca chiedevano ciò che chiede il Veneto oggi, anche l'Emilia Romagna e la Toscana.
(...) La proposta di legge Goisis, presentata alla Camera dei Deputati nel marzo scorso, recepisce pienamente le diverse istanze aziendaliste, decentraliste e federaliste disseminate tra le varie proposte del centrodestra e del centrosinistra, attribuendo la necessità e, addirittura, l'urgenza del federalismo scolastico al nuovo assetto costituzionale italiano scaturito dalla famigerata riforma del titolo V della Costituzione operata nel 2001 dal centrosinistra, che, assegnando allo Stato l'indicazione delle sole Norme generali sull'istruzione e dei Livelli essenziali delle prestazioni e lasciando alle Regioni tutta la legislazione concorrente, oltre ad aver già alimentato una serie di variabili fortemente disgregatorie, oggi legittima, di fatto, la proposta di nuovi riparti delle competenze tra Stato e autonomie territoriali in materia di istruzione, e autorizza addirittura l'ipotesi di un trasferimento alle regioni dell'amministrazione di tutto il sistema dell'istruzione, senza più distinzioni di sorta, e genera ragionevolissimi timori in ragione delle variazioni contributive e fiscali di stampo federalistico ormai in dirittura d'arrivo. Spingendosi ai limiti dell'anticostituzionalità, il DDL Goisis propone il superamento dell'equazione scuola uguale Stato e, negandone il carattere istituzionale, la ridefinisce come un servizio, che significa, cito testualmente, provvedere, organizzare, erogare prestazioni, rilevare e soddisfare bisogni. E ancora, il superamento dell'equazione docente uguale personale statale, attraverso il riconoscimento della dipendenza organica del personale docente, dirigente e ATA alle Regioni, la devoluzione alle Regioni dei contributi di funzionamento per le scuole ma anche la previsione di uno specifico potere delle Regioni nella contrattazione sindacale e l'attivazione di autonomi livelli di contrattazione collettiva regionale. Ma accanto alla proposta di decentramento giuridico e finanziario, nonché burocratico con la creazione di un centro servizi amministrativi per la comunità scolastica territoriale preposto alle stesse funzioni degli attuali uffici scolastici regionali e provinciali, ecco che si materializza anche qui l'insidia della privatizzazione, già spacciata nel DDL Aprea come presunto desiderio delle famiglie italiane, che anelerebbero a un regime misto pubblico-privato. Anche in questo caso, come già per la modifica del titolo V della Costituzione, una legge del centrosinistra, quella sull'autonomia (Bassanini 1997), si è drammaticamente rivelata un cavallo di Troia. Nell'elenco delle entrate dell'istituzione, attraverso le quali le scuole realizzano la piena autonomia finanziaria e amministrativa, ben 3 dei 5 finanziamenti previsti sono di natura privatistica: 1) contributi di istituzioni, imprese o privati, ivi compresi i versamenti degli studenti e delle famiglie; 2) i proventi derivanti da convenzioni o contratti con soggetti esterni; 3) qualsiasi altra oblazione, provento o erogazione liberale (ricordate? È il decreto Bersani del 2007, che introduceva quella tassa occulta che ci ostiniamo ipocritamente a chiamare contributo scolastico volontario!). Dalla scuola della Repubblica alla scuola del territorio, dunque, un territorio inteso come proprietà privata dei soli abitanti autoctoni e non come luogo di incontro e di scambio; un territorio chiuso, ostile, egoista, con una scuola che esprime e difende gli interessi delle lobby locali e viola i principi di solidarietà, unità e indivisibilità sanciti come immodificabili dai nostri padri costituenti. Noi non possiamo accettare tutto questo. La scuola può vivere un rapporto virtuoso con il territorio solo se ha l'autonomia economica garantita da regolari e cospicui finanziamenti statali e investimenti adeguati sulle strutture e sulle infrastrutture, sulla formazione iniziale e in itinere degli insegnanti, sulla dotazione organica del personale docente e non docente titolare e supplente, sul funzionamento didattico e amministrativo e, soprattutto, su una ricchezza qualitativa e quantitativa dell'offerta formativa non facoltativamente e discrezionalmente promossa al Nord e non al Sud, in un quartiere e non in un altro. Investimenti allineati alla media europea, che garantiscano l'uguaglianza e le pari opportunità promosse dall'art. 3 della nostra Costituzione e il superamento degli ostacoli che impediscono l'esercizio di una cittadinanza attiva, inclusiva, partecipativa, laica e democratica, oggi assolutamente irrinunciabile.
NO ALLA REGIONALIZZAZIONE DELLA SCUOLA
ECCO IL LINK ALLA NOTA UNICOBAS FACEBOOK DEL 2011
https://www.facebook.com/notes/unicobas-scuola-universit%C3%A0/contro-la-regionalizzazione-dellistruzione-e-delle-scuole/307572446115667/?__xts__%5B0%5D=68.ARDRx00Yg4_y35mFXpOVdsY2gw65AHiYn9j6-TVpZOVgmDEyiA_5SDDrmVAnI1cZhlKqY518bb0lZUHtel_4wH2fnYHauNj_iFcXU8KOfv-rouZotBLYLzpvP6VfRM9Oj4C0dtmCmWUdjju8UEtfA_nuylNtwYk04QU002rQ141dpmaRvCGCDkwTVbJER5vzkm0&__tn__=HH-R

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