SALUTO DELL’UNICOBAS ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEGLI STUDENTI

121121120 1398146170390527 5075732268364830717 oCare studentesse e cari studenti,
vogliamo ringraziarvi per l'essenziale contributo che avete dato alla costruzione di un percorso di lotta e resistenza vera opposta alla barbarie di una pandemia che non ora, ma da almeno trent'anni, flagella la Scuola Pubblica Italiana.

Vi ringraziamo per aver saputo cogliere l'occasione. Capita che un evento drammatico possa trasformarsi in una possibilità.

 

Abbiamo scioperato ed insieme a voi siamo stati in piazza il 24 e 25 Settembre a testimoniare che studenti e sindacati di base non solo ci sono ma pongono con forza alla controparte il tema della riapertura in sicurezza, bucando il silenzio mediatico e provocando la scomposta reazione dell'apparato di potere.

Contrariamente a ciò che non ha voluto né saputo fare una certa "sinistra" negli ultimi 30 anni, insieme in questo frangente abbiamo dimostrato da che parte stare. E la nostra parte non è la loro parte.

Non è certo con l'obbedienza acritica ai protocolli, con l'adempimento ad ogni costo o, peggio, con la protesta sviata, depotenziata e "politicamente corretta" dei passeggiatori sabbatici "di lotta e di governo" che si cura la Scuola.

Dalla nostra parte non solo si resiste alla barbarie con gli strumenti dell'agire politico, ossia con il nostro "pessimismo della ragione", ma prende forza l' "ottimismo della volontà" e della determinazione, col mettere in atto iniziative concrete e appassionate perché il mondo cambi.

LA LOTTA:

Le nostre due giornate di Settembre hanno davvero connotato politicamente l'avvio dell'anno scolastico affermando l'urgenza della questione Scuola e sono il punto di partenza per ripensare e rivedere l'intero modello formativo tecnocratico, minimalista e di classe imposto negli ultimi 30 anni, indistintamente, dal pensiero unico, dai governi di centrodestra e da quelli di centrosinistra.

Lo "snaturamento" della Scuola Pubblica non è stato ovviamente frutto del caso o dell'imperizia del ministro di turno, bensì risponde ad un disegno preciso: non solo la distruzione di un modello di scuola (che pure non era perfetto), ma anche di una speranza, di una promessa di cambiamento profondo, di quella rivoluzione etica, culturale, autogestionaria, economica e politica in nome della quale, altri studenti, "i cuccioli del Maggio" '68, avevano innalzato barricate ed erano stati "massacrati sui marciapiedi".

Profondamente scosso, il sistema di potere ha lavorato per decenni alla restaurazione. Questa volta, per riaffermare la scuola di classe sono andati alle radici, laddove neppure la scuola ottocentesca aveva mai osato, con l'arma letale della svalutazione del ruolo stesso della cultura e del progresso nella società umana, a vantaggio dell'idea di uno sviluppo insostenibile ed acefalo che si nutre di edonismo ignorante ed utilitarista.

Occorreva imporre questo salto nel buio per mettere definitivamente istruzione, università e ricerca al servizio della nuova classe dirigente, integrata dai boiardi di stato, cambiandone del tutto sostanza e maquillage.

Era necessario affinare il metodo per entrare nel merito. Sicché l'operazione avviene attraverso un coerente trentennale processo di smantellamento che utilizza da un lato i dispositivi legislativi come strumenti demolitori, leggi che, parafrasando Don Milani, "sanciscono il sopruso del forte"; dall'altro, la distruzione della scuola prefigura un nuovo modello: l'uomo unidimensionale schiacciato nel qui ed ora, non più solo prigioniero dell' "eterno ripasso dell'uguale", ma la cui unica relazione con la dimensione "politica" e con l'esercizio della cittadinanza viene radicata, oltre qualsiasi segno distintivo ed autonomia di pensiero, nella diade dell'obbedienza e della mera trasmissione del comando.

La narrazione autoritaria di un mondo dal quale sia estirpata ogni humanitas trasformativa e plurale capace di accogliere diversità e complessità, ove non s'immagini più il futuro come trasformazione possibile, non si contempli il metodo come lotta e strategia, progetto e scommessa, non si coniughino più inscindibilmente libertà e responsabilità, diritti individuali e diritti sociali, ovvero ciò che poi integrerebbe la totalmente dimenticata dimensione etica della politica.

Noi dell'Unicobas, anche per ragioni anagrafiche, dal nostro osservatorio sindacale abbiamo assistito a questa operazione gigantesca e scientifica di distruzione della speranza e del progetto stesso di una scuola nuova, di tutti e per tutti. L'abbiamo vista passare, per esempio, attraverso la progressiva svalutazione del ruolo sociale e giuridico degli insegnanti.

Ciascun educatore sa bene che non si insegna soltanto ciò che si sa o ciò che si fa, ma anche ciò che si è. Per costruire uomini proni e "flessibili" occorrevano insegnanti "usi ad obbedir tacendo", ridotti a "portaordini", burocrati aggiunti, somministratori di "pillole" e test: molecole ed eccipienti competenze spicciole "misurabili" e "cerificabili" attraverso sciapite e feroci prove oggettive di "profitto".

Oggi ne abbiamo la conferma: quella sistematica distruzione della Scuola che avevamo denunciato e combattuto non era una "fantasia" orwelliana, ma quanto previsto dal combinato disposto di leggi varate a partire dalla metà degli anni ottanta in relazione allo stato giuridico degli insegnanti e alla governance della scuola.

Leggi che hanno finito per avere inquietanti ricadute dirette ed indirette sulla pedagogia e sulla didattica. Pensate all'idea sottesa alla Dad (oggi Ddi): che l'educazione e la formazione umana siano un mero processo d'addestramento certificabile con un algoritmo e una "patente a punti", sempre più in solido col controllo sulle nostre e vostre vite attraverso la gestione del nostro e del vostro spazio, del nostro tempo, della nostra identità.

LA NOSTRA COSTITUZIONE

La Costituzione italiana millanta che tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale e siano eguali davanti alla legge senza distinzione di condizioni personali e sociali. La Repubblica dovrebbe rimuovere "gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana" (art. 3).

I DUBBI

Dov' è la tanto sbandierata uguaglianza dei traguardi formativi di fronte a ragazzi resi diseguali da status famigliare, connessioni e device?

Dove sono la libertà di insegnamento e di apprendimento di fronte alla banalizzazione dei saperi, ridotti a una lista di parole/funzioni "certificabili" con una ridicola operazione di accuntability?

Non è forse questa una pedagogia funzionalista improntata al più bieco classismo? Pensate all'assurda ferocia del farsesco e tragico scimmiottamento del fordismo (ma da concessionaria di automobili), rappresentato degli "Open Day", i giorni della "vetrina" delle scuole "chiavi in mano" in concorrenza l'una con l'altra, e quale diritto di scelta, se non quello di trasferirsi insieme alla sua famiglia, ha un bambino nato a Lipari, a Ventotene e perfino a San Vincenzo Valle Roveto?

Un bambino la cui famiglia è costretta persino a pagare quel vergognoso "contributo volontario" invalso nella scuola di tutti?

Che fine ha fatto il suo diritto di uguaglianza?

Dov'è l'esercizio della libertà di scelta?

No, queste non sono "contraddizioni" imputabili all'imperizia, al caso, bensì la conseguenza di scelte politiche precise, mirate, sistemiche che vedono responsabili governi e parti sociali.

Sì parti sociali, ossia, in primis, quelle organizzazioni sindacali che, avocandosi il monopolio della rappresentanza grazie a regole pensate ad hoc, grazie al titolo di "maggiormente rappresentative", con la "concertazione" hanno permesso lo smantellamento dei Diritti dei Lavoratori a favore della demagogia dei "Diritti del lavoro", proprio come se fosse il "lavoro" della fucina neo-liberista ad avere diritti e non i lavoratori.

In questo senso il Jobs Act è l'ultimo capolavoro del "pensatoio" tardo-capitalista. Quelle stesse organizzazioni sindacali hanno cantato il "De profundis" al welfare generale a favore di un Welfare Aziendale, del tutto uguale all'ottocentesco "spaccio del padrone", hanno benedetto il dumping salariale attraverso l'una tantum dei bonus premiali per mantenere bassa l'inflazione, con buona pace della dignità e della sopravvivenza di quanti pure rappresentano.

La nostra denuncia, in trent'anni di conflitto sindacale, è stata sempre precisa e circostanziata, nel descrivere le proporzioni della catastrofe, nell'indicare responsabilità e responsabili, e proprio per questo non abbiamo mai perso né la strada, né la speranza: quella stessa che hanno restituito a tutti noi le (prime) due giornate di lotta di Settembre.

La speranza di una caparbia e paziente lotta, di "maestri libertari", di appassionati sostenitori del domani, di tenaci cercatori di unicorni, quella che passa per il rosso ed il nero della nostra bandiera.

Rossa, per ricordarci la necessità della lotta, nera per rammentarci che l'animo umano è anche il mistero dell'imprevedibile, dell'imprevisto, del sogno.

Quella bandiera che ci invita a scontrarci e congiungerci, come nella lotta di San Michele, perché la vittoria non è mai scontata, perché sta nei percorsi da compiere e abita la possibilità di progettare il domani e scommettere sul futuro, il quale altro non è se non quel luogo che più d'ogni altra cosa ci appartiene, a patto che tutti e tutte, insieme, possiamo proiettarvi i nostri sogni.

È questo care studentesse e cari studenti, che ci fa compagni e grazie perciò di esserci compagni.

Grazie per la vostra lucidità e per la vostra tenacia: vi auguriamo e ci auguriamo il massimo del successo per la vostra Assemblea Nazionale.

Per l'Esecutivo dell'Unicobas
Stefano d'Errico e Alessandra Fantauzzi

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