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Riforma degli istituti tecnici: un disegno di demolizione da ritirare subito

La vicenda della riforma degli istituti tecnici dimostra, ancora una volta, la volontà di smantellare questo fondamentale segmento dell’istruzione pubblica.

Dopo il fallimento evidente della filiera 4+2, sperimentata da un numero limitato di scuole e accolta freddamente dall’utenza, il Ministero ha deciso di forzare ulteriormente la mano, emanando il decreto complessivo relativo ai tecnici. L’obiettivo è chiaro: consegnare un settore strategico della formazione agli interessi delle imprese, proseguendo quel processo di aziendalizzazione della scuola portato avanti da anni, da governi diversi ma con la stessa logica di fondo. Unicobas ha denunciato questo disegno fin dall’inizio e ha già promosso numerose iniziative di opposizione.

Si tratta di un intervento pesantissimo, i cui contenuti sono stati tenuti nascosti fino all’ultimo, anzi oltre l’ultimo momento. Solo il 9 marzo sono stati resi noti, in allegato al decreto, i nuovi quadri orario dei tecnici, che ridisegnano da subito il curricolo e l’impianto formativo, con effetti previsti già dal prossimo settembre.

Tra le principali novità figurano:

  • l’istituzione, nel biennio, della nuova disciplina “Scienze sperimentali”, nella quale confluiscono Chimica, Fisica e Scienze della Terra, con una perdita complessiva di 231 ore nel biennio;
  • la riduzione della Geografia o, a seconda degli indirizzi, il suo assorbimento nelle Scienze sperimentali;
  • la riduzione di Lettere nel triennio, con il taglio di un’ora nell’ultimo anno;
  • la riduzione delle ore delle discipline professionalizzanti, cioè caratterizzanti i diversi indirizzi;
  • la cancellazione del biennio unificato, con la conseguente imposizione di una scelta dell’indirizzo fin dall’avvio del percorso.

Le ore così sottratte alla formazione andranno ad alimentare la quota di curricolo destinata a fare spazio alle aziende. È questa la sostanza politica dell’operazione: meno scuola, meno cultura, meno formazione generale e più subordinazione alle esigenze immediate del sistema produttivo.

Gli obiettivi reali della riforma sono fin troppo evidenti:

  • canalizzazione precoce delle studentesse e degli studenti;
  • abbattimento della formazione culturale generale;
  • erosione massiccia delle ore di insegnamento in ambito scientifico-tecnologico e umanistico;
  • dequalificazione dell’insegnamento delle discipline scientifiche;
  • riduzione dei posti di lavoro del personale docente.

Ma non basta. Oltre alla gravità del merito, colpisce il modo in cui questo piano distruttivo è stato portato avanti: con improvvisazione, opacità e totale incapacità gestionale.

I nuovi quadri orario sono stati resi noti a iscrizioni ormai chiuse. Questo significa che le future classi prime frequenteranno una scuola diversa da quella che le famiglie avevano scelto. Inoltre, non sono state ancora definite con chiarezza le classi di concorso da associare ai nuovi ambiti disciplinari.

Le conseguenze sono già ora gravissime.

Sul piano dei trasferimenti, siamo nel pieno delle procedure di mobilità e chi intende parteciparvi non è messo nelle condizioni di sapere se nelle scuole richieste resterà o meno il proprio insegnamento.

Sul piano degli organici, gli istituti tecnici devono procedere alla loro definizione senza sapere con certezza quali classi di concorso richiedere.

Sul piano delle classi di concorso atipiche, l’introduzione dei nuovi ambiti disciplinari rischia di aprire una fase di caos, conflitti tra lavoratori e gestione discrezionale.

Sul piano degli esuberi, la riduzione delle ore farà crescere il numero dei docenti soprannumerari, con ricadute pesantissime sulla mobilità, ritardi nell’intera procedura, vanificazione di molte aspettative di trasferimento e possibili assegnazioni d’ufficio.

Infine, a pagare saranno anche i precari, perché per collocare i soprannumerari si ricorrerà inevitabilmente anche alla mobilità annuale, erodendo ulteriormente le possibilità di lavoro.

A conferma del pasticcio prodotto dal Ministero, è poi intervenuta la circolare del 19 marzo 2026, richiamata dall’autrice nelle sue note, con cui il MIM tenta di tamponare l’emergenza disponendo, per quest’anno, il calcolo degli organici con lo stesso numero di ore delle diverse discipline e utilizzando le quote di curricolo disponibili nelle scuole per compensare le perdite dovute ai nuovi quadri orario. Ma si tratta appunto di una toppa, peraltro poco chiara nei suoi effetti reali: non è affatto evidente se questa compensazione incida solo in modo provvisorio sugli organici oppure tocchi anche la titolarità. In ogni caso, questa circolare non risolve nulla: certifica soltanto il tilt del Ministero e l’ingestibilità della riforma. Proprio per questo non serve chiedere uno slittamento. Serve pretendere con fermezza il ritiro della riforma dei tecnici.

Siamo dunque di fronte a un disastro non accidentale, ma deliberatamente prodotto: una riforma che impoverisce la formazione, colpisce il lavoro docente, crea caos amministrativo e tradisce persino le scelte compiute dalle famiglie al momento delle iscrizioni.

Per questo vogliamo lanciare un segnale netto di opposizione: questa riforma non deve partire, tantomeno dal prossimo 1° settembre.

Invitiamo i Collegi docenti a respingere l’attuazione di questa manovra distruttiva.

Invitiamo le associazioni dei consumatori a tutelare le scelte compiute dalle famiglie in sede di iscrizione.

Invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della scuola a mobilitarsi per fermare una riforma che va ritirata, non rinviata.

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