PRESENTAZIONE di SINDACATO S.p.A.Cgil, Cisl, Uil e gli altri. Diktat, affari e miracoli della nuova casta, di S.d’Errico (Paper First, 2026)
Prefazione di Peter Gomez
Gli stipendi in Italia non crescono da trent’anni e sarebbe comodo poter indicare un solo colpevole. Ma la verità è che le cause sono molte, intrecciate tra loro, e tutte documentate. Le grandi imprese aumentano i profitti, ma redistribuiscono poco e male. Le prime 200 aziende italiane hanno visto crescere margini e dividendi molto più degli stipendi. Hanno spesso arricchito gli azionisti e impoverito dipendenti e collaboratori. La produttività ristagna perché gli investimenti sono bassi, soprattutto in tecnologia e capitale umano. Chi alternativamente governa preferisce ridurre le tasse sul lavoro – mettendo sempre più a rischio lo stato sociale – invece che introdurre un salario minimo legale per legge o riscoprire una politica industriale nazionale degna di questo nome. E persino un supertecnocrate come Mario Draghi, che ha guidato le istituzioni europee e italiane, alla fine lo ha ammesso: i salari sono stati tenuti bassi perché le élite pensavano di reggere in questo modo la concorrenza internazionale. Non potendo più svalutare la moneta si è scelto di svalutare il lavoro.
Tutto vero. Tutto dimostrabile. Ma in una democrazia matura, quando profitti e salari si separano per così tanto tempo, quando la produttività non cresce perché non si investe, quando la politica abdica al suo ruolo, qualcuno dovrebbe alzare la voce. E quel qualcuno dovrebbe essere il sindacato.
Accade ed è accaduto così in tutti i Paesi d’Europa. Ed è successo persino negli Usa dove il sindacato dei lavoratori dell’auto ha bloccato le fabbriche per settimane e settimane per ottenere aumenti che recuperassero l’inflazione post-Covid.
Perché invece da noi il conflitto salariale è restato debole, intermittente, spesso simbolico? Perché i salari sono scesi senza una reazione proporzionata nelle piazze e sui luoghi di lavoro?
Il libro di Stefano d’Errico serve anche per dare questa risposta.
Non a caso d’Errico parte dal passato. Dagli anni in cui l’Italia ha cambiato pelle. E con essa ha cambiato anche il ruolo dei sindacati.
Fino alla fine degli anni Ottanta i sindacati italiani erano, con le ovvie eccezioni, una forza esterna allo Stato. Potentissima, certo. Ma esterna. Il conflitto era lo strumento principale, il salario il terreno di scontro, lo sciopero un atto imprevedibile e destabilizzante.
Poi arrivano gli anni Novanta. E cambia tutto. Tra il 1992 e il 1993 l’Italia è sull’orlo del baratro: il debito si fa enorme, c’è l’attacco alla lira e l’uscita dal serpentone monetario europeo. L’inchiesta Mani Pulite spazza via i partiti della Prima Repubblica. Lo Stato e una classe politica corrotta perdono potere e credibilità. Serve qualcosa a cui aggrapparsi. Serve un altro perno di stabilità. I sindacati diventano quel perno.
Il Protocollo del 23 luglio 1993, firmato dalle organizzazioni sindacali con il governo, segna la svolta: nasce la concertazione permanente, nasce la politica dei redditi, nasce l’idea che i salari debbano crescere non in base al conflitto, ma in base alle compatibilità macroeconomiche. Da quel momento i sindacati non sono più soltanto rappresentanti dei lavoratori: diventano cogestori della stabilità economica del Paese. È l’ingresso ufficiale nel sistema.
Ogni patto ha ovviamente un prezzo. Qui il prezzo è il conflitto.
Già nel 1990 la legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali introduce preavvisi, fasce di garanzia, limiti e sanzioni. Nel 2000 la riforma rafforza ulteriormente il meccanismo. Lo sciopero viene trasformato in una sorta di procedura amministrata. Gli scioperi alla francese o alla tedesca che bloccano il Paese per giorni diventano da noi impossibili.
Anche perché i nostri lavoratori sono poveri e lo sciopero non se lo possono permettere. In Italia non esiste una vera cassa sciopero. Chi sciopera perde interamente il salario. Il sindacato non compensa. Il rischio economico, anzi la fame, è tutto sulle spalle e sulla tavola del lavoratore.
All’estero è diverso. In Germania e nei Paesi nordici i sindacati raccolgono tra i lavoratori fondi che consentono scioperi lunghi e duri. In Francia, dove la cassa sciopero è parziale, si sciopera a sorpresa e a oltranza. Il conflitto conta perché è sostenibile da chi incrocia le braccia.
In Italia no. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: scioperi frequenti ma brevi, simbolici, raramente decisivi. Eppure, come si rende conto ogni iscritto guardando la propria busta paga, i nostri sindacati non sono poveri. Perché, mentre s’indeboliva il conflitto sociale, il sistema delle organizzazioni è invece cresciuto. Cresciuto nei servizi.
Patronati, Caf, formazione professionale, enti bilaterali: sono un welfare parallelo che, secondo Stefano d’Errico, muove ogni anno almeno 8 miliardi di euro, senza un bilancio consolidato che consenta di capire davvero quanto valga l’intero perimetro delle varie organizzazioni. Il paradosso è evidente: salari fermi; sindacati economicamente solidi. Una forza grande come apparato, ma sempre più debole come leva salariale.
Attenzione però. L’autore di questa Prefazione non intende sminuire l’opera sul territorio di migliaia di sindacalisti per tentare di migliorare le condizioni dei lavoratori. Qui s’intende invece denunciare un sistema che si è creato e autoalimentato per lustri e lustri, finendo per assumere aspetti patologici.
Non per nulla, negli ultimi vent’anni il passaggio diretto dal vertice sindacale alle istituzioni è diventato strutturale e bipartisan.
Nel governo attuale siede Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl fino al 2025, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche per il Sud. Una migrazione stupefacente dal vertice sindacale all’esecutivo.
Sempre nell’area governativa, Claudio Durigon, ex dirigente Ugl, ha ricoperto ruoli di sottosegretario in più governi, occupandosi proprio di lavoro, economia e politiche sociali.
Sul fronte opposto, negli anni precedenti, il meccanismo è stato quasi identico. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019, è entrata direttamente in Parlamento.
Prima di lei Guglielmo Epifani ha fatto lo stesso, dopo aver guidato la Cgil per otto anni. E ancora Cesare Damiano, proveniente dalla Fiom-Cgil, è stato ministro del Lavoro e deputato per più legislature. Sul versante Cisl, Annamaria Furlan, segretaria generale fino al 2021, è ora senatrice. Franco Marini, oggi scomparso, aveva ricoperto il suo stesso incarico negli anni Ottanta, per poi diventare ministro del Lavoro e addirittura aspirante Presidente della Repubblica. Savino Pezzotta è pure passato dal sindacato al Parlamento.
Alcuni di questi ex sindacalisti hanno storie specchiate (altri no), ma in ogni caso vederli tutti assieme nei palazzi del potere fa un brutto effetto. Dimostra che non siamo davanti a eccezioni. Ma a una filiera.
All’estero questo accade raramente. Non per superiorità morale, ma perché i sindacati non sono così integrati nel sistema pubblico e dei partiti; non hanno bilanci così dipendenti dalle scelte del legislatore, sono e restano controparte. Anche della politica. In Italia, invece, il sindacato è scuola di classe dirigente, con accesso diretto alle istituzioni.
Dagli anni Novanta in poi viviamo dentro un patto non scritto: pace sociale in cambio di ruolo istituzionale. Lo Stato riconosce centralità e risorse. I sindacati garantiscono prevedibilità e controllo del conflitto. Il salario diventa la variabile sacrificabile.
Come detto, il risultato è sotto gli occhi di tutti: sindacati forti come apparato; deboli come leva salariale. Conflitto rituale. Buste paga ferme.
La questione oggi non è se i sindacati abbiano buone intenzioni. La questione è se questo modello sia arrivato al capolinea.
Perché un sistema che combina salari bassi, assenza di cassa sciopero, integrazione con la politica e opacità contabile può reggere solo finché la società tiene. E la società italiana oggi corre il rischio di non tenere più.
Peter Gomez
La locandina con l’appuntamento è in allegato